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Progetto Tech Pro2 – Decimo compleanno

Si riporta qui a seguire l’articolo pubblicato dalla redazione di “Avvenire” in data 28 Dicembre 2018, relativo al progetto Tech Pro2: un’iniziativa realizzata in collaborazione con Fca, Cnh Industrial e scuole salesiane. Dal 2008 formati quasi 13mila giovani. Oltre 60 sedi nel mondo.
Buona lettura!

Compie dieci anni Tech Pro2, il progetto di sviluppo professionale e sociale realizzato in partnership tra Fca, Cnh Industrial e le scuole salesiane. L’iniziativa, nata nel 2008 in Italia ed estesa a tutto il mondo, è stata pensata per offrire un’opportunità ai giovani che hanno terminato la scuola dell’obbligo e che provengono da situazioni socialmente disagiate. Fino a oggi il programma ha formato quasi 13mila giovani con 380mila ore di corsi e 6.500 stage presso le reti assistenziali di Fca e Cnh Industrial. È attivo con oltre 60 sedi scolastiche nel mondo: dall’Argentina alla Cina, dall’India all’Etiopia, ma anche in Europa, dalla Polonia all’Italia. Ultima nazione in ordine di tempo a entrare a fare parte dell’iniziativa è la Francia, dove da luglio sono operative sette sedi che nei prossimi tre anni prepareranno oltre 200 studenti.

«Tech Pro2 è un progetto che conosco molto bene e che da anni porta avanti un modello vincente di relazione tra istituzioni formative e impresa, alla base della sinergia che deve esistere tra scuola e lavoro – spiega Pietro Gorlier, chief operating officer di Fca della regione Emea -. Questa partnership di tre realtà importanti e leader nei loro settori continua a creare professionisti maturi: è un’ottima combinazione tra un eccellente contributo tecnico e un forte sistema di valori che permette di raggiungere un alto livello personale e professionale, fondamentale per i nostri tecnici di domani».

Di recente inoltre Fca ha ampliato l’offerta all’area dell’accettazione per la formazione di consulenti del servizio e ha avviato un corso per la figura di racing team technician, in collaborazione con Abarth.

Nel progetto convergono e si amalgamano gli obiettivi di due realtà internazionali e globali come Fca e Cnh Industrial, con quelli formativi promossi da Cnos-Fap (Centro nazionale opere salesiane – formazione aggiornamento professionale) che si pongono come priorità la formazione e la crescita dei giovani.

«Il grande successo della collaborazione tra Cnos-Fap, Fca e Cnh Industrial nel Tech Pro2 nasce dalla necessità di guardare insieme la realtà formativa con il cuore di don Bosco e la responsabilità di cittadini: giovani, famiglie, attività produttive, formazione professionale e territori, per dare insieme le risposte che sono necessarie – commenta Enrico Peretti, direttore generale del Cnos-Fap -. L’attività congiunta di Cnos-Fap, Fca e Cnh Industrial è un caso positivo nella formazione dei giovani al lavoro, un caso da studiare in tutte le sue potenzialità e che può fare scuola a tante aziende».

 

 

Andrea Lucchetta: È don Bosco il mio supereroe!

Si pubblica l’interessante intervista realizzata da Antonio Giuliano, per l’edizione di Avvenire dell’ 8 settembre 2018, ad Andrea “Lucky” Lucchetta, pallavolista e non solo, capitano della Nazionale dei fenomeni del volley negli anni Novanta e da circa un decennio volto noto in Tv come commentatore. Lucky è affezionato a Don Bosco perchè gli ha svelato la bellezza della pallavolo come sport di squadra “all’istituto salesiano Astori di Mogliano Veneto. E qui ho capito l’importanza del dover essere sempre in prima linea con il prossimo.” Buona lettura!

Pallavolo. Andrea Lucchetta, il campione animato che parla ai giovani

Alla vigilia dei Mondiali parla un grande ex, oggi commentatore Tv e protagonista in un suo cartoon: «Che emozione vedere i bimbi disabili schiacciare. È don Bosco il mio supereroe»

«Se l’Italia vince il Mondiale di pallavolo posso promettere di far sparire i baffi. Ma il mio capello proprio no…». Chiedetegli tutto ma non di rinunciare all’onda anomala che svetta da anni sulla sua testa. La capigliatura a spazzola in diagonale fa ormai parte della sua carta d’identità e lo accompagna sin da quando dettava legge in campo: «Per me è un taglio di vita». Non ha bisogno di presentazioni Andrea Lucchetta, capitano della Nazionale dei fenomeni del volley negli anni Novanta e da circa un decennio volto noto in Tv come brioso commentatore. Competente e rigoroso come solo una leggenda di questo sport può esserlo. Senza però mai prendersi troppo sul serio. Ma anzi prodigo di tormentoni e schietto come chi, «dopo aver appeso le mani al chiodo», ha deciso di dedicarsi ai giovani, ne conosce il linguaggio e ha imparato che con loro non si può bluffare. Personaggio da sempre fuori dagli schemi, la sua sagoma inconfondibile spopola tra i ragazzi anche grazie a un fortunato cartone animato, Spike Team, in onda su Rai Gulp, di cui è ideatore e autore. Lucky, il protagonista, è infatti il suo alter ego, un allenatore con lo stesso bagaglio di valori e autoironia con cui Lucchetta a 55 anni continua felice a condividere una passione che va oltre lo sport.

Domani l’Italia fa il suo esordio al Mondiale che cosa si aspetta dalla nostra Nazionale?

«Per noi è il Mondiale della verità. Dobbiamo cancellare le delusioni mondiali precedenti, specie la brutta figura del 2014 col tredicesimo posto. Abbiamo una formazione di livello che a Rio 2016 ci ha regalato uno splendido argento. Ma dopo l’Olimpiade dobbiamo ritrovare i nostri giocatori cardine. E grazie al lavoro di Blengini mi aspetto tanto dai vari Giannelli, Juantorena, Zaytsev, ma anche da Colaci e Lanza. Ora è il momento di accantonare la pallavolo “social” e rimanere concentrati: giochiamo in casa e siamo favoriti. E l’obiettivo minimo non può che essere il podio».

Le piace l’idea di giocare all’aperto al Foro Italico di Roma?

«Tantissimo. Non mi dispiacerebbe nemmeno se la finale a Torino si giocasse allo Juventus Stadium magari alla presenza di CR7… Rappresenta la mia filosofia da sempre: conquistare i non-luoghi della pallavolo per avvicinare la gente a questo sport. È la ragione per cui sono andato in radio, ho partecipato come cantante al Festivalbar e mi sono inventato un cartone animato… ».

In questi anni si è fatto conoscere molto fuori dal campo. Ma lei è stato protagonista di un’Italia che ha dominato nel mondo.

«Una striscia molto lunga di vittorie che rimarrà irripetibile. Anche perché era una pallavolo tecnicamente diversa. Ma quella squadra era formata da giocatori che sputavano anima e sangue in campo. La cura dei dettagli, la voglia di migliorare ogni giorno e la compattezza del gruppo facevano la differenza. La conquista del Mondiale del 1990 (preceduta dall’Europeo del 1989) è stato il momento più bello della mia carriera (in- sieme al primo scudetto a Modena). Con la soddisfazione di essere premiato come miglior giocatore. E quella fascia di capitano, che tuttora mi inorgoglisce, mi è rimasta tatuata dentro».

Una bacheca impressionante in cui spiccano due scudetti e una Coppa dei Campioni a livello di club e i numerosi successi in Nazionale come il bronzo olimpico (1984), un europeo (1989) il campionato del mondo (1990) e tre World League consecutive (dal 1990 al 1992). La sua carriera è stata segnata spesso da scelte controcorrente.

«Velasco si arrabbiava perché durante i giorni di riposo andavo ad allenare una polisportiva di ragazzi di strada. Ma io ho scoperto la bellezza di questo sport di squadra all’istituto salesiano Astori di Mogliano Veneto. E qui ho capito l’importanza del dover essere sempre in prima linea con il prossimo. Quando ho smesso, ho creato una ludoteca e per dieci anni sono sparito dal mondo del volley. I miei figli hanno scelto il basket: li ho lasciati liberi perché per me era importante solo che facessero sport e imparassero umiltà e senso di gruppo».

Ma oggi è diventato uomo-immagine della pallavolo soprattutto per i più piccoli.

«Stiamo lavorando molto con la Federazione nelle scuole e sul territorio. Gioco in media con 20mila bambini l’anno. Ne ho incontrati in tutto circa 320mila per un totale di un milione 200mila palleggi. E poi 150mila animazioni di classe… Tutto per far comprendere anche agli adulti che i valori dello sport come la costanza o il sacrificio sono decisivi per raggiungere qualsiasi obiettivo nella vita. Gli stessi valori che sono alla base del mio cartoon Spike Team, dove le protagoniste sono sei piccole pallavoliste che, guidate dal loro allenatore Lucky, imparano a far tesoro delle sconfitte e crescono seguendo principi nobili, preziosi in un tempo in cui ragazzi sono bombardati da falsi modelli esteriori. Non è un caso se il cartone è stato premiato due volte dal Moige (Movimento italiano genitori) per i suoi contenuti. Quest’anno è andata in onda la terza serie (siamo arrivati in tutto a 78 puntate) ma in cantiere ne ho già una quarta. C’è un rimando alla realtà che altri cartoni non hanno più: Lucky che i bambini vedono gesticolare nel cartone è Andrea Lucchetta che ritrovano poi in piazza a giocare con loro».

Lucky ha anche la sua stessa acconciatura… Non sarà diventata una schiavitù per lei?

«Per niente. Anzi quando mi vedo col capello “moscio” non va mica bene. Il problema è che adesso mi riconoscono anche al mare quando faccio i tuffi. Questo è il taglio del capitano, nacque così quando giocavo per chiedere un po’ di rispetto visto che non mi calcolava nessuno… Un’acconciatura che ricorda l’inclinazione di una mano che fa il saluto militare… La verità è che rispecchia in pieno il mio carattere. Io sono così come mi vedete, non c’è nulla di costruito. In telecronaca mi esalto e sono pronto a saltare sul bancone proprio come se fossi seduto sul divano di casa vostra. Allo stesso modo faccio notare gli errori tecnici anche a rischio di essere impopolare».

L’energia e la capacità di ridere di sè è rimasta quella di sempre. Dove attinge questa carica?

«Il percorso spirituale dei salesiani è stato decisivo. La preghiera e il raccoglimento sono essenziali e appena posso vado al Santuario di Puianello. La fede ti dà una grande forza e il coraggio per essere tenace e leale: da don Bosco ho appreso che col sorriso possiamo portarla a tutti. Lui per me è un vero supereroe, sono pronto coi salesiani a farne una serie, faremmo contenti tanti ragazzi».

C’è però un’ulteriore sfida nella sua missione.

«Far capire ai ragazzi disabili che siamo tutti parte di una stessa squadra. Con la Federazione ho lanciato lo Spike Ball, il gioco della schiacciata, che ha già incontrato 12mila bambini nelle piazze italiane: una pallavolo con la rete all’altezza degli occhi così che tutti i bimbi, anche quelli in carrozzina, possono schiacciare o murare. E sulla disabilità ho lanciato un film Il sogno di Brentadottato anche dalle campagne ministeriali sulla prevenzione stradale. Basta poco a volte. Anche solo far aprire le dita sul pallone a un ragazzo con handicap. Perché se mentre lo fai, leggi sul suo volto che lo stai rendendo felice, capirai che non c’è nulla di più bello al mondo».

 

Il progetto «Manuattenzioni» impegna alcuni detenuti nella riqualificazione di una palestra

Come la comunità locale, a fianco degli istituti carcerari e degli uffici di esecuzione penale esterna, può contribuire alla buona riuscita del fine pena?
Da questa domanda e dall’idea di generare più valori insieme – sociale, economico, culturale, ambientale – nasce il progetto “Manuattenzioni“, con il fine di accompagnare  i detenuti al reinserimento nel tessuto sociale e lavorativo, mantenendo un alto grado di flessibilità e capacità di rispondere ai bisogni di detenuti ed ex detenuti coinvolti e imparando a sviluppare sinergia e comunicazione efficace tra le organizzazioni coinvolte. Il progetto promuove una riflessione “aperta” intorno alla reclusione e alla progettualità di cura e di vita rispetto alla immobilità della pena. Manuattenzioni è un progetto pilota replicabile che si svolge a Fossano nel 2017.

Si riporta qui di seguito l’articolo a cura di Federico Carle apparso nell’edizione di Avvenire di Domenica 8 Ottobre 2017, che entra nel merito del progetto con un cantiere “dal basso”, pensato per  far fronte al degrado di una palestra di proprietà dell’Istituto salesiano di Fossano:

“Liberi di lavorare per il bene di tutti”
Un cantiere «dal basso» che coinvolge anche la comunità
Tra i promotori principali ci sono salesiani e Comune

In città, negli ultimi sei mesi, un ponte è crollato e il cornicione della palestra di una scuola pubblica si è staccato. Tragedie scampate, ma solo per fortuna. Sono però segnali di una fragilità che denota come la manutenzione dei beni comuni da parte dello Stato sia messa in crisi dalla difficile situazione economica. Una fragilità che induce a pensare a quella del fine pena, in cui il reinserimento sociale e lavorativo è spesso troppo complicato. Due fragilità che il progetto «Manuattenzioni» ha unito, generando una forza. Così proprio a Fossano, ancor prima dei crolli, si era già pensato a come far fronte al degrado di una palestra di proprietà dell’Istituto salesiano, progettando un «percorso» di recupero che avesse al centro il lavoro di detenuti in uscita: dodici tra carcerati a fine pena, agli arresti domiciliari o ex detenuti. Così, da aprile, molti di loro sono stati impegnati nella manutenzione e recupero dei locali della palestra. Un cantiere «dal basso», soprattutto, in cui coinvolgere la comunità locale – così come le associazioni sportive o culturali che usano normalmente la palestra – per provare a «disegnare insieme» con dei laboratori creativi, i motivi artistici per gli interni. «Manuattenzioni» però si è rivelato anche un progetto sostenibile perché basato sui criteri della bioedilizia e bioclimatica, come l’utilizzo del sughero per il rivestimento della facciata esterna. «È importante scegliere il materiale giusto, sia per l’ambiente, ma anche per tararlo con la vita media di una palestra pubblica, superiore rispetto ai normali edifici», racconta Monica Mazzucco dell’impresa sociale innovativa Culturadalbasso che ha coordinato il progetto. Un «per-corso», per cui «la formazione è stata fondamentale – sostiene Maurizio Giraudo, coordinatore dei Cfp salesiani della provincia di Cuneo – i detenuti in uscita hanno svolto per otto settimane una formazione in aula e sul campo con le imprese edili e le aziende. Un modo per passare da meri esecutori a piccoli imprenditori, imparando soluzioni e progettando con la testa e con le mani». Sono queste le «attenzioni» del progetto: al lavoro, alla persona, alla comunità e al Creato, che i salesiani sanno fare di «mestiere» molto bene. Per questo sono (come associazione Cnos–Fap) tra i promotori principali del progetto insieme a Culturadalbasso, cooperativa Frassati e Comune di Fossano. Un’iniziativa che ha come maggior sostenitore la Compagnia di San Paolo e che vede in rete, oltre alla casa di reclusione di Fossano e l’ufficio esecuzione penale esterna di Cuneo, anche il Consorzio Monviso solidale, la fondazione NoiAltri onlus, la Caritas della diocesi di Fossano, l’impresa Energia Soave, le cooperative Arti e mestieri, Il Ramo e quella agricola sociale Pensolato. Proprio a Pensolato, realtà nata grazie alla catalizzazione di sinergie che si è attuata col progetto, stanno trovando occupazione alcuni dei detenuti che hanno partecipato a «Manuattenzioni». Adesso il lavoro è quasi ultimato, manca l’abbellimento interno coi disegni emersi dai laboratori svolti fra comunità locale e detenuti. L’inaugurazione – potrebbe essere presente anche il ministro Orlando (il ministero di Grazia e Giustizia ha concesso il patrocinio) –, è prevista a novembre. La palestra è gestita dal Comune, che da solo non avrebbe avuto i fondi necessari per la riqualificazione, per questo Manuattenzioni «è stato un bellissimo esempio di lavoro di squadra», sostiene Stefano Mana direttore della Caritas diocesana. Un progetto di inclusione sociale, di formazione e di secondo welfare in cui il pubblico ha incontrato il privato in modo virtuoso e positivo. E i detenuti? «Grazie…», si limitano a dire con un sorriso che forse a inizio progetto non avevano. Un grazie semplice semplice, ma vero e generativo.

 

“Diaro (quasi segreto) di un prof.” di Marco Pappalardo

Si intitola «Diario (quasi segreto) di un prof. Pozioni e incantesimi per connettersi con gli adolescenti» ed è pubblicato dalle Edizioni San Paolo il nuovo libro nel quale Marco Pappalardo raccoglie sogni e quotidianità, fatica e bellezza della sua vita di insegnante.

Marco Pappalardo, classe 1976, giornalista pubblicista di Catania e docente di Lettere. Collabora con Avvenire, con il quotidiano La Sicilia per il quale cura la rubrica “Diario di Prof”, per il mensile Mondo Erre, per siti che si occupano del mondo adolescenziale, giovanile e della scuola. Già membro della Consulta Nazionale per la Pastorale Giovanile della CEI, è impegnato nella diocesi etnea in vario modo e da anni nel mondo dell’educazione attraverso l’oratorio; tra le esperienze di volontariato quotidiano, condiviso con colleghi, amici, alunni ed ex-alunni, ci anche sono la cura e il servizio agli immigrati, ai senza dimora e alle famiglie disagiate.