Il Cnos-Fap compie 40 anni!

Il rapporto tra formazione professionale e salesiani è saldo ormai da oltre 170 anni, quando Giovanni Bosco, nei cortili di Valdocco, applicava il suo sistema preventivo a ritmo di “cortile, scuola, chiesa e mestiere”.
Questa preziosa eredità viene raccolta dall’intera Congregazione e porta, il 30 giugno 1978, alla fondazione ufficiale dell’ente regionale Cnos-Fap – Centro nazionale opere salesiane – Formazione aggiornamento professionale. Un percorso di quarant’anni ad oggi instancabile con 15 centri solo sul territorio piemontese, il Cnos-Fap si conferma un punto di riferimento per le imprese che cercano personale qualificato e teso all’innovazione.

L’anno formativo appena iniziato si configura, pertanto, come un anno speciale, di celebrazione di questi 40 anni: la testimonianza che “l’intelligenza nelle mani” nell’era digitale è ancora la sfida vincente dei figli di don Bosco.

Si segnala, qui di seguito, l’articolo della giornalista Marina LOMUNNO, che ha puntualmente fotografato il Cnos-Fap e i suoi 40 anni, tra le pagine dell’edizione domenicale de La Voce e Il Tempo, il settimanale della diocesi di Torino:

Formazione professionale è ancora «cosa di cuore»

Da Valdocco a Rebaudengo, dall’Agnelli al Colle don Bosco e a Bra. E poi nelle altre diocesi del Piemonte per un totale di 15 Centri dove, oltre all’obbligo formativo, si erogano corsi post diploma e di riqualificazione per adulti con un’attenzione particolare alle nuove tecnologie e ai cambiamenti del mondo del lavoro: «l’intelligenza nelle mani» nell’era dei robot è ancora la sfida vincente dei figli di don Bosco

Un anno speciale quello che si apprestano a vivere i 15 centri di formazione professionale salesiana del Piemonte. Al termine dell’anno formativo in corso, l’associazione Cnos-Fap (Centro nazionale opere salesiane – Formazione aggiornamento professionale) della nostra Regione compirà i 40 anni di fondazione, avvenuta il 30 giugno 1978. In realtà la formazione professionale «inventata» nei cortili di Valdocco, dove oggi c’è la sede dell’ente regionale, è nata 170 anni fa con il sistema preventivo di don Bosco: «cortile, scuola, chiesa e mestiere», pilastri del carisma del santo dei giovani sono ancora più che mai attuali nell’educazione di «buoni cristiani ed onesti cittadini» soprattutto per quanto concerne la formazione al lavoro in un periodo storico che ha molte somiglianze con la rivoluzione
industriale in atto ai tempi dei santi sociali. «Oggi» spiega Lucio Reghellin ingegnere, direttore generale Cnos-Fap Piemonte «cerchiamo di proseguire sul solco del nostro fondatore, grande precursore di cambiamenti sociali, cercando di tenere le antenne alzate sulle nuove esigenze del mondo del lavoro nell’era dell’industria 4.0 che, come è stato sottolineato al recente G7 avrà sempre più bisogno di formazione professionale. Del resto l’apertura alle esigenze delle imprese è il cuore della nostra formazione. Per questo diamo grande importanza anche all’aggiornamento dei formatori con stage all’estero e visite costanti alle imprese». C’è poi l’aspetto educativo che continua ad essere al centro del percorso offerto dal Cnos-Fap, sia che si tratti di una corso di grafi ca, meccanica, elettricista, informatica o ristorazione. La formazione salesiana – che ha punte di eccellenza non solo in Italia (i centri del Piemonte hanno un successo formativo dell’85%: chi si qualifica per il 65% trova lavoro e per il 20% prosegue gli studi) continua ad essere ricercata in tutti i 5 continenti in cui sono presenti i figli di don Bosco proprio perché al tornio o al controllo di un robot si impara a superare i propri limiti anche se alle spalle si ha una bocciatura o, se si è adulti, si è reduci da un licenziamento. «In Piemonte il primo nucleo della nostra associazione – prosegue Reghellin – era composto da nove Cfp (Centri di formazione professionale) con attività formativa per i giovani dopo la scuola media principalmente nei tre settori professionali: meccanica industriale, elettro/elettronica e grafica. Oggi con 15 sedi abbiamo diversificato la nostra proposta formativa ampliando i settori professionali anche in ambito artigianale e dei servizi: si va dalla carrozzeria alla termoidraulica, dai servizi alla persona agli operatori di cucina-sala bar. Negli anni abbiamo aperto la nostra offerta formativa, oltre che ai ragazzi in obbligo di istruzione (3600 nei 15 Cfp del Piemonte – il 15% stranieri) anche con l’attivazione di corsi di qualifica per adulti disoccupati, di aggiornamento per i lavoratori, di accompagnamento per le fasce più deboli». Di qui l’apertura nei Cfp Cnos degli sportelli lavoro che, oltre all’attività di collegamento con le imprese, offrono consulenze alle famiglie meno attrezzate culturalmente per l’orientamento e l’ascolto dei propri figli. «’L’educazione è cosa di cuore’ era convinto don Bosco» aggiunge Marco Gallo, direttore del Cfp di Valdocco «e questo è ancora lo stile con cui cerchiamo di insegnare un mestiere sia ai nativi digitali che agli adulti che si devono riqualificare per rientrare nel mondo del lavoro. Flessibilità, apertura al cambiamento, non fermarsi a ciò che si è appreso ma assimilare una mentalità che richiede aggiornamento continuo 170 anni fa come oggi è l’unico modo con cui cerchiamo di non essere colti impreparati dalla sfida della rivoluzione industriale 4.0. Attrezzature e macchinari all’avanguardia, collegamento continuo con le imprese e le istituzioni, dialogo con il territorio sono gli altri ingredienti fondamentali che fanno dei nostri allievi appetibili sul mercato del lavoro. Ma il nostro valore aggiunto è che nelle nostre aule, accanto all’innovazione, si viene accompagnati a prendere in mano la propria vita nel rispetto delle regole, della convivenza civile e del rispetto reciproco».

Intervista: 

Come per don Bosco la sfida è possibile

Don Pietro Mellano, salesiano, fossanese classe 1971, è da settembre il nuovo direttore nazionale del Cnos-fap. Già economo della Ispettoria salesiana del Piemonte e direttore generale dell’editrice salesiana Elledici (Italia Circoscrizione Piemonte) don Pietro ha iniziato il suo nuovo incarico con la concretezza tipica del suo fondatore che cercava di cogliere nel cambiamento spunti positivi a vantaggio dei giovani più in difficoltà.

Al G7 appena concluso a Torino si è parlato molto del ruolo centrale della formazione professionale come vi state attrezzando per la sfida dell’industria 4.0? Il nostro programma pastorale per l’anno formativo appena iniziato ha come slogan «#nessunoescluso». Con l ’ h a s h t a g vogliamo indicare che le nostre scuole professionali vogliono continuare ad accettare la sfida dell’innovazione ma con lo stile di don Bosco che cercava vie di riscatto per tutti, soprattutto per i giovani in difficoltà perché nessuno fosse escluso. La nostra formazione è inclusiva ha come obiettivo di dare a tutti un’opportunità di inserirsi nel mondo del lavoro imparando un mestiere anche se non nascondiamo le difficoltà di questo momento storico in cui, come è stato sottolineato al G7, l’industria 4.0 sta rivoluzionando il mondo del lavoro».

Come vi state attrezzando? Don Bosco nel 1852 Torino inventò il primo contratto di apprendistato per uno dei suoi giovani facendosi da garante presso il datore di lavoro. Oggi a distanza di 165 anni i dati ci dicono che i contratti di apprendistato introdotti dal Job act con il sistema duale di formazione professionale alternata tra scuola e lavoro sta funzionando tanto che questo tipo di contratti sono passati nel 2017 da 1400 a 14 mila. Gli sportelli lavoro attivi nei nostri centri di formazione professionale e in rete su tutto il territorio nazionale, dove si raccolgono le richieste da parte delle aziende di figure professionali cercando di favorire la domanda con l’offerta, spesso registrano difficoltà a trovare personale qualificato. Questo significa che la formazione professionale che si sta adeguando ai cambiamenti dell’automazione ha anche bisogno di un cambiamento culturale delle famiglie italiane: occorre accettare che i propri figli si spostino laddove c’è richiesta di lavoro che sarà sempre meno sotto casa e nella città di origine.

 

Dalla violenza alla pace: Medellìn e il suo cambiamento culturale

Si segnala il reportage video pubblicato dalla redazione de La Stampa Online del 10 Ottobre 2017, dove si testimonia il successo del sistema preventivo di Don Bosco nel centro salesiano colombiano di Medellìn.

Recuperare i bambini e gli adolescenti vittime del disagio sociale, della guerra e della violenza in Colombia. È questo l’obiettivo di Ciudad Don Bosco, il centro salesiano fondato nel 1915 a Medellìn, una delle città che più ha subito gli effetti delle violenze legate al traffico di cocaina.
Tra gli altri, negli ultimi 15 anni a Ciudad Don Bosco sono stati riabilitati 1.500 giovani fra ragazze e ragazzi di età compresa fra i 14 e i 17 anni, reduci dalla guerra tra le Farc e le forze governative che ha insanguinato il Paese per più di 50 anni. Un successo dovuto all’applicazione del sistema preventivo salesiano, che coinvolge i ragazzi in un percorso riabilitativo integrale. Oltre alle cure di base (assistenza nutrizionale e sanitaria in primis), i salesiani puntano a una solida formazione scolastica e professionale, ma anche, e soprattutto, a un percorso psicologico e, quando possibile, al ricongiungimento familiare.
Padre Rafael Bejarano, 39 anni, salesiano di Don Bosco nato e cresciuto in Colombia, è il direttore di Ciudad Don Bosco. «Il nostro obiettivodiceè realizzare un grande cambiamento culturale, perché la nostra società possa cambiare il suo corso storico: dalla violenza alla pace».

Video di Francesco Marino
Montaggio di Camilla Cupelli

La realizzazione di un allievo è la soddisfazione di un insegnante?

Quali sono le qualità essenziali di un buon insegnante? L’obiettivo di questa professione? Elevare lo spirito degli studenti e individuarne il talento, forse. Ma le risposte più immediate si possono scorgere negli esempi di tanti insegnanti che ogni giorno con solerzia e attenzione seguono costantemente i loro studenti.

Si riporta qui di seguito l’intervista realizzata da Veronica Privitera per Avvenire, che testimonia la bella esperienza di Sergio Ligato, operatore del centro professionale salesiano Cnos-Fap di Alessandria.

«Mi emoziono se un allievo si realizza»
Sergio Ligato, operatore del centro professionale salesiano Cnos-Fap:
«Vivo al fianco dei giovani»

Abbiamo chiesto a Sergio Ligato, formatore presso Cnos–Fap di Alessandria, (centro di formazione professionale dei Salesiani di don Bosco) di raccontarci quali sono gli aspetti più coinvolgenti del suo lavoro.
Il tuo lavoro è la tua vocazione?
È solo uno dei modi attraverso cui vivo quella che sento essere la mia vocazione, ovvero la passione per l’insegnamento, per la tecnologia e per tutto ciò che accomuna questi aspetti che mi hanno portato a vivere esperienze molto intense sia nel centro in cui opero che in un contesto decisamente più esteso, cioè il web.
Come lo hai scelto?
È il lavoro che svolgo ad aver scelto me. Ho iniziato nel 2001 a conoscere il mondo della formazione professionale salesiana, quasi per caso. Il mio primo incarico è stato quello di affiancare altri formatori e di svolgere attività di recupero per giovani minori, spesso con storie difficili alle spalle e grandi difficoltà. Ho avuto però la fortuna di poter contare sulla guida e il supporto di chi la formazione professionale in Alessandria l’ha avviata, colleghi formatori e salesiani «esperti».
Tre aggettivi per definire il tuo lavoro.
Complesso. La formazione professionale richiede grande predisposizione al cambiamento e spirito di adattamento. Il mondo del lavoro e le tecnologie cambiano velocemente e la formazione professionale è efficace nella misura in cui riesce a rispondere in modo puntuale alle nuove sfide.
Emozionante. Le emozioni che questo ambito può offrire sono certamente uniche. Le storie di tutti gli allievi che ho incontrato in circa quindici anni di attività non sono purtroppo tutte a lieto fine. Il cuore di un formatore vive sempre in bilico tra l’amarezza per chi non è riuscito a diventare «chi avrebbe voluto essere» e la gioia per coloro che si sono realizzati sia nella vita che nel lavoro.
Formativo. Ho sempre sentito dire che ogni insegnante impara moltissimo dai propri allievi. Non ci ho mai creduto, fino a che non l’ho sperimentato direttamente.

 

Il progetto «Manuattenzioni» impegna alcuni detenuti nella riqualificazione di una palestra

Come la comunità locale, a fianco degli istituti carcerari e degli uffici di esecuzione penale esterna, può contribuire alla buona riuscita del fine pena?
Da questa domanda e dall’idea di generare più valori insieme – sociale, economico, culturale, ambientale – nasce il progetto “Manuattenzioni“, con il fine di accompagnare  i detenuti al reinserimento nel tessuto sociale e lavorativo, mantenendo un alto grado di flessibilità e capacità di rispondere ai bisogni di detenuti ed ex detenuti coinvolti e imparando a sviluppare sinergia e comunicazione efficace tra le organizzazioni coinvolte. Il progetto promuove una riflessione “aperta” intorno alla reclusione e alla progettualità di cura e di vita rispetto alla immobilità della pena. Manuattenzioni è un progetto pilota replicabile che si svolge a Fossano nel 2017.

Si riporta qui di seguito l’articolo a cura di Federico Carle apparso nell’edizione di Avvenire di Domenica 8 Ottobre 2017, che entra nel merito del progetto con un cantiere “dal basso”, pensato per  far fronte al degrado di una palestra di proprietà dell’Istituto salesiano di Fossano:

“Liberi di lavorare per il bene di tutti”
Un cantiere «dal basso» che coinvolge anche la comunità
Tra i promotori principali ci sono salesiani e Comune

In città, negli ultimi sei mesi, un ponte è crollato e il cornicione della palestra di una scuola pubblica si è staccato. Tragedie scampate, ma solo per fortuna. Sono però segnali di una fragilità che denota come la manutenzione dei beni comuni da parte dello Stato sia messa in crisi dalla difficile situazione economica. Una fragilità che induce a pensare a quella del fine pena, in cui il reinserimento sociale e lavorativo è spesso troppo complicato. Due fragilità che il progetto «Manuattenzioni» ha unito, generando una forza. Così proprio a Fossano, ancor prima dei crolli, si era già pensato a come far fronte al degrado di una palestra di proprietà dell’Istituto salesiano, progettando un «percorso» di recupero che avesse al centro il lavoro di detenuti in uscita: dodici tra carcerati a fine pena, agli arresti domiciliari o ex detenuti. Così, da aprile, molti di loro sono stati impegnati nella manutenzione e recupero dei locali della palestra. Un cantiere «dal basso», soprattutto, in cui coinvolgere la comunità locale – così come le associazioni sportive o culturali che usano normalmente la palestra – per provare a «disegnare insieme» con dei laboratori creativi, i motivi artistici per gli interni. «Manuattenzioni» però si è rivelato anche un progetto sostenibile perché basato sui criteri della bioedilizia e bioclimatica, come l’utilizzo del sughero per il rivestimento della facciata esterna. «È importante scegliere il materiale giusto, sia per l’ambiente, ma anche per tararlo con la vita media di una palestra pubblica, superiore rispetto ai normali edifici», racconta Monica Mazzucco dell’impresa sociale innovativa Culturadalbasso che ha coordinato il progetto. Un «per-corso», per cui «la formazione è stata fondamentale – sostiene Maurizio Giraudo, coordinatore dei Cfp salesiani della provincia di Cuneo – i detenuti in uscita hanno svolto per otto settimane una formazione in aula e sul campo con le imprese edili e le aziende. Un modo per passare da meri esecutori a piccoli imprenditori, imparando soluzioni e progettando con la testa e con le mani». Sono queste le «attenzioni» del progetto: al lavoro, alla persona, alla comunità e al Creato, che i salesiani sanno fare di «mestiere» molto bene. Per questo sono (come associazione Cnos–Fap) tra i promotori principali del progetto insieme a Culturadalbasso, cooperativa Frassati e Comune di Fossano. Un’iniziativa che ha come maggior sostenitore la Compagnia di San Paolo e che vede in rete, oltre alla casa di reclusione di Fossano e l’ufficio esecuzione penale esterna di Cuneo, anche il Consorzio Monviso solidale, la fondazione NoiAltri onlus, la Caritas della diocesi di Fossano, l’impresa Energia Soave, le cooperative Arti e mestieri, Il Ramo e quella agricola sociale Pensolato. Proprio a Pensolato, realtà nata grazie alla catalizzazione di sinergie che si è attuata col progetto, stanno trovando occupazione alcuni dei detenuti che hanno partecipato a «Manuattenzioni». Adesso il lavoro è quasi ultimato, manca l’abbellimento interno coi disegni emersi dai laboratori svolti fra comunità locale e detenuti. L’inaugurazione – potrebbe essere presente anche il ministro Orlando (il ministero di Grazia e Giustizia ha concesso il patrocinio) –, è prevista a novembre. La palestra è gestita dal Comune, che da solo non avrebbe avuto i fondi necessari per la riqualificazione, per questo Manuattenzioni «è stato un bellissimo esempio di lavoro di squadra», sostiene Stefano Mana direttore della Caritas diocesana. Un progetto di inclusione sociale, di formazione e di secondo welfare in cui il pubblico ha incontrato il privato in modo virtuoso e positivo. E i detenuti? «Grazie…», si limitano a dire con un sorriso che forse a inizio progetto non avevano. Un grazie semplice semplice, ma vero e generativo.

 

Beato Titus Zeman: il salesiano che salvò le vocazioni dalle persecuzioni comuniste

Oggi la Chiesa rilegge la vicenda di don Titus Zeman, salesiano slovacco e martire del regime comunista, e la sua beatificazione, avvenuta Sabato 30 Settembre 2017, come un invito per i giovani. Don Titus, il primo beato salesiano sacerdote della Slovacchia, è la sintesi della scritta biblica “Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”.

Dopo la recita domenicale dell’Angelus, il Papa ha reso omaggio al sacerdote salesiano Titus Zeman che “si unisce – ha detto – alla lunga schiera dei martiri del XX secolo”. Morì infatti nel 1969 “dopo essere stato per lungo tempo in carcere a causa della sua fede e del suo servizio pastorale”. “La sua testimonianza – ha sottolineato Francesco – ci sostenga nei momenti più difficili della vita e ci aiuti a riconoscere, anche nella prova, la presenza del Signore”.

Ecco l’articolo della beatificazione di Don Titus pubblicato da Avvenire in data 30 Settembre a cura di A. Carriero:

Oggi, a Petržalka (Bratislava), viene beatificato don Titus Zeman. Martire sotto il regime comunista, salvò decine di chierici e sacerdoti, riuscendo ad accompagnarli oltre il confine verso Torino. Per questa sua attività il regime comunista cecoslovacco lo ha arrestato, torturato, processato come traditore della patria e spia del Vaticano e lo ha condannato a venticinque anni nelle più dure carceri del Paese, provocandone la morte nel 1969 a 54 anni. A presiedere il rito sarà l’inviato del Papa, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Saranno presenti, tra gli altri, il rettor maggiore dei salesiani, don Ángel Fernández Artime, due sorelle di Zeman, diversi nipoti, amici e gli ex allievi, oltre a don Alois Pestun, l’ultimo dei giovani salesiani salvati dal neo beato ancora in vita. «La beatificazione di don Titus – spiega il postulatore generale della Famiglia salesiana, don Pierluigi Cameroni – è un forte stimolo per un rinnovato impegno non solo di testimonianza della fede, ma anche di promozione delle vocazioni al ministero sacerdotale, alla vita consacrata e al matrimonio». Il suo martirio è frutto di un’eroica “carità pastorale”, un richiamo al Buon Pastore che non abbandona il gregge quando arriva il lupo. «La sua testimonianza è di grande attualità – prosegue Cameroni – anche in vista del prossimo Sinodo dedicato ai giovani». Don Titus, infatti, attraverso passaggi clandestini, ha permesso lo svolgersi delle tappe fondamentali del processo di discernimento, strumento principale con il quale si offre ai giovani la possibilità di scoprire la propria vocazione. Attraverso la missione di salvare le vocazioni e soprattutto il dono della vita, il nuovo beato dimostra che non c’è nessuna sfida, nessuna difficoltà, nessun insuccesso che con l’aiuto del Signore non possa essere cambiata in bene. «Attesta che chi si affida e crede non porta al fallimento la propria vita, anche se dovesse perderla», osserva il postulatore. Educando i giovani alla “normalità” delle persecuzioni per la Chiesa, Zeman è riuscito ad abbracciare e far abbracciare “il futuro con speranza”. Ha considerato così prezioso il dono della sua chiamata a seguire il Signore e servire i giovani come don Bosco che, anche quando avrebbe potuto facilmente mettersi in salvo, ha preferito rimanere fedele a prezzo della stessa vita. Una scelta, questa, che ha reso possibile il sacerdozio di molti altri. Come vero figlio di don Bosco, racconta don Cameroni, il beato Zeman ha incar nato il «credo la Chiesa una, santa, cattolica, apostolica». In un’epoca in cui in Cecoslovacchia si crea una Chiesa parallela e di Stato, con una falsa Azione cattolica, lui non tradisce, ma dà la vita per questa fedeltà al successore di Pietro e ai vescovi. A testimonianza di questa fedeltà verso il Papa, la sorella Veronica ricorda che al termine degli studi a Roma don Titus portò un grande quadro del Pontefice con la sua firma. Un altro salesiano, a sua volta, don Anton Kyselý, ha testimoniato che don Titus, dopo il primo passaggio riuscito verso l’Italia, fu ricevuto in udienza privata da Pio XII.

Il video della Beatificazione di Don Titus Zeman

 

 

L’attività dei Santi Sociali torinesi come stimolo per il G7

Si segnala l’articolo di Alberto Carpinetti sulle sfide affrontate e i valori propagati da laici e religiosi illuminati del XIX e XX secolo. Possono rappresentare l’agenda del vertice internazionale in corso.

Immigrazione. Disoccupazione. Violenza. Nuove povertà. Evoluzione tecnologica. Questi temi potrebbero essere l’agenda del G7 che si sta svolgendo in questi giorni a Torino. Erano però anche le problematiche quotidiane di una metropoli del XIX e XX secolo, le sfide che una decina di laici e religiosi illuminati di quegli anni ha voluto indirizzare nell’allora capitale del Regno.

Sono coloro che la storia ha definito i Santi Sociali per il loro impegno nella città a fianco degli ultimi: Cottolengo, Cafasso, Murialdo, Don Bosco, Allamano, Frassati, Valfrè, Faà di Bruno, Marello. I loro nomi sono tutti ricordati dalla toponomastica cittadina (tranne uno, Morello) e dalle opere che hanno fondato e che ancora oggi sono attive nel portare avanti le parole del Signore sull’educazione, l’accoglienza, la formazione professionale, l’assistenza ai malati. Opere e parole ancora oggi attualissime che l‘Ucid, l’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, ha avuto l’idea di portare dentro al G7 insieme agli auspici del vescovo di Torino, Cesare Nosiglia.

  «Buoni cristiani e Onesti Cittadini»,

diceva ai suoi seguaci San Giovanni Bosco, fondatore dell’ordine dei Salesiani, oggi in 15mila di cui 2/3 sacerdoti impegnati in oltre 1800 strutture nel mondo. L’8 febbraio 1852 don Bosco siglava tra alcuni ragazzi del suo oratorio ed una impresa torinese il primo contratto di apprendistato che le relazioni industriali ricordino. Sei punti sottoscritti oltre che dalle parti, da lui stesso come garante delle persone che aveva formato e dai loro genitori, che sono ancora oggi di piena attualità: il rispetto delle regole, il senso del dovere e della gratitudine, la conoscenza della materia, la dignità del lavoro, il dialogo ed il confronto, la riconoscenza verso chi farà lo stesso percorso in futuro.

«A bisogni nuovi opere nuove»,

erano invece le parole con cui raccoglieva le elemosine San Leonardo Murialdo. Elemosine che lui, figlio di un agente di cambio, investiva nell’insegnamento di nuovi mestieri ai ragazzi di strada che sarebbero poi diventati i suoi “artigianelli”. Egli riteneva che – allora come oggi – l’economia aveva un futuro solo se al centro c’era la persona umana ed il suo saper fare in relazione con gli altri. Il bene comune era l’obiettivo che doveva prevaricare il bene particolare di pochi, attraverso la speranza cristiana nella provvidenza. Un primo modello di rischio d’impresa che Murialdo giustificava spiegando che il primo a rischiare è stato Dio con l’uomo. Ed oggi “SocialFare”, il centro per l’Innovazione sociale dei Giuseppini, è uno dei principali acceleratori di start up in Italia, del Piemonte e non solo. Attualmente la congregazione conta 109 case e 609 religiosi, 440 dei quali sacerdoti.

Il motto di San Giuseppe Benedetto Cottolengo era «Dai il meglio nel peggio»: egli abbandonò le posizioni di vertice del clero torinese per aiutare gli ultimi, i più sfortunati, i migranti di allora che a quel tempo provenivano da Biella, dalla Lombardia, delle campagne del Veneto e vivevano in ghetti che il resto della popolazione chiamava «siberie». Un modello di aiuto basato non solo sulla compassione, ma nel ridare dignità e nel trasformare le sfide in punti di forza. Come fa oggi la cooperativa “ChiccoCotto” che valorizza la maniacale precisione di oltre 200 ragazzi autistici per riassortire le vending machine degli impianti industriali e degli uffici italiani, offrendo loro una vera e soddisfacente opportunità di integrazione, valorizzando una debolezza.

Oggi nella Piccola Casa della Divina provvidenza – che poi tanto piccola non è con i suoi oltre 1770 assistiti in 35 case e oltre 1200 volontari solo a Torino – arrivano sempre più persone “normali” che trovano nei più deboli una fonte di ispirazione a e conforto. La sua risposta alla violenza è sempre stata la pace difendendo i deboli e coinvolgendo i violenti per far loro superare le paure che li rendono tali.

Signori Ministri, se il G7 di lavoro, Industria e Scienza si sono svolti a Torino è anche perché questa città ha vinto negli anni con i suoi Santi Sociali le sfide del tempo, puntando su educazione, senso del dovere, gratitudine, integrazione come valore di crescita. Sono ricette che tutti capiscono e sono applicabili anche alle sfide del XXI secolo. Spesso la storia si ripete, si dice che l’umanità incorre negli stessi errori del passato. Chissà se questa non sia la volta buona per replicare quanto di buono la storia e la fede hanno fatto a Torino.

 

A.A.A. volontario tutore Msna cercasi: ecco la risposta del Piemonte

La fotografia del nostro Paese è sempre più nitida sul tema Minori Stranieri Non Accompagnati: oltre 17.000 sono i migranti minori senza famiglia in Italia. Nel 2016, secondo il ministero del’Interno, sono sbarcati in Italia 25.846 minori stranieri non accompagnati, più del doppio dei 12.360 dell’anno precedente (+108%). I minori soli sono il 14% dei 181.436 migranti sbarcati sulle nostre coste.
Così, nella scorsa primavera, arriva una legge che rivede in maniera organica l’accoglienza dei MSNA. La legge n. 47 del 7 aprile 2017, infatti, mira a rafforzare le tutele garantite ai minori stranieri non accompagnati, oggetto spesso di traffici da parte di organizzazioni criminali e assicurare una maggiore omogeneità nell’applicazione della normativa. L’affidamento famigliare sarà la prima risposta da dare a questi ragazzi, mentre in ogni Tribunale arriverà un albo di tutori volontari.

La risposta della compagine piemontese a questa emergenza è stata immediata: oltre duecento le candidature dei cittadini (giornalisti, pensionati, medici, avvocati e tanti altri) ai bandi emanati in estate per il reclutamento
dei tutori.

I Salesiani, che da sempre si occupano di minori (nello specifico, una trentina di MSNA a Torino sono affidati ai salesiani), hanno diffuso in questi mesi grazie a Salesiani per il sociale (Scs/Cnos), l’ente della congregazione che si occupa delle strutture professionali, case famiglia, comunità alloggio, centri diurni di accoglienza, servizi educativi territoriali in tutta Italia, in cui, ogni giorno, viene seguito e portato il genio educativo di Don Bosco,  un utile opuscolo sulla figura del tutore volontario.

Inoltre, qui di seguito, un’ampia e lucida analisi sul tema, apparsa su “Avvenire” del 10 Settembre 2017, a cura della giornalista A. Mariani e M. Lomunno.

 

Anniversario di sacerdozio del confratello don Michelangelo Miranti

Il quotidiano La Stampa, nelle pagine locali dell’edizione biellese, celebra l’anniversario di sacerdozio del confratello don Michelangelo Miranti. Riportiamo l’articolo del quotidiano torinese.

Le comunità di Muzzano e di Camburzano si uniranno domani in occasione della festa per celebrare i 40 anni di sacerdozio di don Michelangelo Miranti, parroco dei due paesi. Alle 11,15 a Muzzano verrà celebrata la messa a cui seguirà il rinfresco fuori dalla chiesa parrocchiale e il pranzo nel salone delle feste dei salesiani.
Nato nel 1948 a Pecetto, don Michelangelo è da subito riuscito a farsi amare dagli abitanti della Valle Elvo proprio grazie alla sua capacità di entrare immediatamente in contatto con i giovani. «Sono cresciuto a Torino negli anni della contestazione universitaria: hippy, figli dei fiori, droghe e ribellioni – racconta -. Nonostante vivessi in quell’ambiente, sono sempre stato un sessantottino alla rovescia: amavo la gioventù, ma non sopportavo che i ragazzi si perdessero in attività inutili. La mia decisione di diventare sacerdote è nata con quell’obiettivo: aiutare i giovani a vivere la loro età senza perdersi dietro false rivoluzioni».
Don Michelangelo ha preso i voti nel 1977 ed è subito diventato insegnante di lettere alle medie e alle scuole superiori. «Ho insegnato al Cnos Fap fino al 2001 – racconta ancora -. Da quando ho lasciato l’insegnamento ho iniziato a seguire le due comunità di Camburzano e Muzzano, una sfida importante che porto avanti ogni giorno con grande amore nonostante alcune difficoltà».
Don Michelangelo non nega che se ci fossero centri aggregativi la vita in paese sarebbe molto più facile. «Purtroppo non ci sono scuole, bar, banche e negozi: abbiamo un centinaio di ragazzi che però non vivono la vita di paese e, terminati gli anni del catechismo, difficilmente continuano a frequentare la parrocchia». Il sacerdote, però, con la determinazione che da sempre lo contraddistinge, si è prefisso un obiettivo importante: «Inizierò a organizzare gite in pullman, scampagnate e pic-nic in montagna. A Camburzano e a Muzzano sarà la chiesa il vero punto aggregativo. E’ un impegno importante voglio prendere con la mia comunità».

I ragazzi del Cnos Fap di Muzzano a Hong Kong

Si riporta la notizia apparsa su La Stampa e l’Eco di Biella relativa alla presentazione a Hong Kong dell’edizione italiana curata dai ragazzi del Cnos Fap di Muzzano della storia di Shanbo e Yingtai.

Ieri. a Hong Kong, una delegazione di studenti dell’istituto salesiano Cnos Fap di Muzzano ha presentato l’edizione italiana della storia cinese degli innamorati Shanbo e Yingtai alla Dante Alighieri Society. Invitati dal consolato italiano e accompagnati da Raffaele Micheletti, biellese che ha acquistato i diritti dalla casa editrice New World di Pechino per la traduzione in italiano della tragedia gemellata con quella di Romeo e Giulietta, e dagli insegnanti Stefano Ceffa e Manuela Bonardi, i ragazzi hanno presentato al pubblico il libro da loro stessi tradotto dall’inglese all’italiano. Non c’è cinese che non conosca la tragedia di Shanbo e Yingtai, uno dei migliori esempi di letteratura popolare antica narrato per secoli.

(La Stampa, Biella e Provincia – 1 luglio 2017)

L ‘ hanno tradotta ” L ‘ amore e una farfalla, anzi due… ” . Si tratta della novella cinese di Liang Shanbo e Zhu Yingtai, meglio noti come i ” Romeo e Giulietta dell ‘ Estremo Oriente ” . La loro – si parla del Cnos Fap di Muzzano – è la prima traduzione in italiano dell ‘ opera, da un ‘ idea di Raffaele Micheletti. Che con sé porta anche uno scopo benefico: tutti i ricavati dalle vendite andranno, infatti, alla Foundation for the Right of Education ” . La presentazione dell ‘ opera , che conta sull ‘ appoggio dell ‘ altro centro professionale salesiano Cnos Fap di Vigliano Biellese e del più grande Cnos Fap Piemonte Orientale, è avvenuta venerdì – 30 giugno – alla scuola Dante Alighieri di Hong Kong, per una serata alla quale ha partecipato un folto pubblico di abitanti della realtà cinese, che in questi giorni ha tral ‘ altro festeggiato lo scoccare dei vent’anni della sua riconsegna alla Cina. Il viaggio. Illustrazione, con accoglienza degli insegnanti locali della scuola, quindi visite culturali alle principali attrazioni e assaggio di piatti tipici, per la delegazione biellese formata da studenti e guidata dal formatore del Cnos Fap Regione Piemonte Stefano Ceffa ( in foto, il gruppo con Francesco Marascia, il responsabile dei corsi di italiano alla ” Dante Alighieri ” di Hong Ko n g ). La storia. Ma com ‘ è nata questa iniziativa? Da un soggiorno a Hong Kong, ormai di vent ‘ anni fa, dell ‘ ideatore, Raffaele Micheletti, che tanto ha apprezzato la storia datata tra il 265 e il 420 d. C. e conosciuta già dall ‘ epoca della dinastia Tang the Tang Dinasty (618-907 d. C).

(Eco di Biella – 3 luglio 2017)

 

Ricomincio dalla scuola… perché la lezione di don Bosco è sempre valida!

Avevano insuccessi scolastici alle spalle, erano gli ultimi della classe, gli scalmanati, i ripetenti… i senza speranza. Oggi sono professionisti, manager, imprenditori, sono la testimonianza che la lezione di don Bosco è sempre valida.

Ragazzi che, se valorizzati, scoprono, come chiunque altro, talenti nascosti e trovano la loro strada. Per la famiglia salesiana questa è da sempre una missione, non c’è ragazzo che non possa riscattarsi per costruirsi un futuro, questo è quello che hanno appreso nei 64 Centri di Formazione Professionale salesiani sparsi per l’Italia.